
Un politico trasformato in imperatore, papa, supereroe o guerriero. Gli avversari ridotti a caricature, mostri o personaggi da videogioco. Immagini volutamente esagerate, video improbabili, slogan enfatici: non devono sembrare veri fino in fondo, devono soprattutto fermare lo scorrimento del dito e provocare una reazione. Per questa nuova forma di comunicazione politica si sta diffondendo una parola altrettanto insolita: slopaganda.
Il termine nasce dall’unione di slop e propaganda. È dunque una parola macedonia, costruita fondendo due elementi che descrivono insieme il fenomeno. In inglese slop indicava originariamente il fango molle, poi gli avanzi destinati agli animali e, più in generale, qualcosa di scadente o privo di valore. Nell’uso digitale recente, l’espressione AI slop è diventata il nome dei contenuti mediocri prodotti in grande quantità con l’intelligenza artificiale: immagini grottesche, testi ripetitivi, libri assemblati in fretta, pubblicità deformi e video creati soltanto per conquistare visualizzazioni. Nel 2025 Merriam-Webster ha scelto proprio slop come parola dell’anno, definendola come contenuto digitale di bassa qualità prodotto solitamente in grandi quantità attraverso l’IA.
Quando questa “sbobba digitale” viene usata per orientare opinioni, rafforzare identità politiche o colpire un avversario, diventa slopaganda. Il neologismo è stato introdotto nel dibattito accademico da Michał Klincewicz, Mark Alfano e Amir Fard in uno studio pubblicato nel 2025 sul rapporto fra propaganda e intelligenza artificiale generativa. I ricercatori descrivono un ambiente informativo che può essere riempito rapidamente di materiali costruiti per influenzare il modo in cui gruppi e individui interpretano la realtà.
La propaganda, naturalmente, non è nata con gli algoritmi. Manifesti, slogan, cinegiornali e fotografie manipolate sono stati utilizzati per decenni per costruire consenso o screditare un nemico. La novità sta nella facilità con cui oggi è possibile produrre immagini e video, variarli all’infinito e distribuirli in pochi minuti. La slopaganda non sostituisce la vecchia propaganda: la rende più veloce, economica e abbondante.
A cambiare non è soltanto la quantità. Un manifesto tradizionale mostrava lo stesso messaggio a tutti; i contenuti digitali possono invece essere adattati a pubblici diversi e diffusi da piattaforme che conoscono interessi, reazioni e abitudini degli utenti. Secondo l’Università di Tecnologia di Sydney, la slopaganda può invadere l’ambiente informativo con materiali plausibili o emotivamente efficaci, sfruttando bot sociali, meccanismi algoritmici, ripetizione e tendenza alla conferma delle proprie convinzioni.
Non bisogna però confonderla semplicemente con il deepfake. Un deepfake cerca spesso di far passare per autentica una voce, un’immagine o una scena manipolata. La slopaganda può essere molto meno credibile e persino apertamente assurda. Non sempre pretende che lo spettatore creda alla scena rappresentata: può bastare che la trovi divertente, irritante, trionfale o umiliante.
È questo uno degli aspetti più interessanti della parola. Slopaganda non descrive soltanto una falsificazione, ma un modo di attirare l’attenzione. Un’immagine può essere evidentemente artificiale e continuare comunque a comunicare potenza, disprezzo, vittimismo o appartenenza. La domanda “è vera?” rischia quindi di non essere sufficiente, perché il contenuto può raggiungere il proprio scopo anche quando nessuno lo prende alla lettera.
Negli ultimi mesi il termine è stato applicato a numerosi esempi di comunicazione politica. Negli Stati Uniti, immagini generate con l’IA hanno rappresentato Donald Trump nelle vesti di re, papa o personaggio cinematografico; secondo il Guardian, questi contenuti mescolano propaganda, cultura dei meme, provocazione e comunicazione istituzionale. In Italia la parola è tornata in primo piano dopo la diffusione di un video nel quale Roberto Vannacci appare come un imperatore romano, mentre alcuni avversari politici vengono mostrati nell’arena del Colosseo. Il filmato, realizzato con l’intelligenza artificiale, è stato presentato dalla stampa come un caso recente di propaganda a basso costo progettata per ottenere un forte impatto emotivo sui social.
Treccani registra slopaganda come sostantivo femminile e la definisce come una propaganda, anche politica, caratterizzata da un’estetica bizzarra o iperrealistica, da toni enfatici e dalla produzione a costi molto bassi mediante l’intelligenza artificiale. In italiano, quindi, diremo “la slopaganda”, seguendo il genere della parola principale da cui il composto deriva: propaganda.
Anche il suono contribuisce alla sua efficacia. La parte iniziale, slop, è breve, sgradevole e quasi vischiosa; suggerisce qualcosa che viene rovesciato in grandi quantità senza particolare cura. A questa immagine si unisce una parola molto più antica e solenne, propaganda. Il risultato contiene già un giudizio: non una comunicazione politica raffinata, ma una propaganda impastata in fretta e versata senza misura nei flussi digitali.
Chiamarla “spazzatura” potrebbe però farci sottovalutare il fenomeno. Un contenuto può essere brutto, approssimativo e facilmente riconoscibile come artificiale, ma riuscire comunque a circolare, divertire i sostenitori, provocare gli avversari e imporre un tema alla discussione pubblica. La scarsa qualità, in certi casi, non è un difetto: rende il messaggio più rapido, replicabile e vicino al linguaggio dei meme.
Slopaganda è dunque una parola nuova per un cambiamento già visibile. Racconta un mondo nel quale la propaganda non ha più bisogno di una grande macchina produttiva: bastano un generatore di immagini, un’idea capace di dividere e un algoritmo disposto a premiarla. Il contenuto può sembrare assurdo, ma l’attenzione che conquista è perfettamente reale.
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